• Pagine120
  • Prezzo12.00
  • Anno2017
  • ISBN978-88-8273-165-6
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Attilio Pizzigoni

La città ostile Realtà dell'architettura urbana nelle sue contraddizioni storiche

Questo libro di Attilio Pizzigoni è attraversato da qualche interessante e cruciale paradosso: anzitutto il ragionare sulla canonica e non pacificata dialettica  città-metropoli (e pure megalopoli) su cui aleggiano le ombre di Georg Simmel, Max Weber e Heinrich Tessenow, da un osservatorio fortemente caratterizzato e non ostile come Bergamo, una delle più belle e spettacolari città di provincia italiane. Una  di quelle che pertengono alla dimensione territoriale e storica dell’antica civiltà italiana e che nelle pagine di due grandi storici dell’arte - Francesco Arcangeli e Andrea Emiliani – hanno trovato mirabile ricordanza novecentesca, nel nome di un moderno, necessario e forse disperante umanesimo.

Altro il mondo che oggi si impone a chi, come Pizzigoni, architetto, ma anche uomo di cultura e docente universitario, deve confrontarsi con temi della contemporaneità che impongono più eccitanti riferimenti e cronache differenti. Sempre paradossalmente, i saperi del Pizzigoni, rogersianamente homme de lettres, allievo nel Politecnico milanese di Mario De Micheli e bastantemente prossimo ad Aldo Rossi per non averne dimenticato il capitale L’architettura della città, hanno trovato intelligente e non serena sintesi nelle pagine problematiche e interrogative del presente saggio. Esse si confrontano con quelle di altri autori, prevalentemente anglosassoni ma pure francesi e anche con altri strumenti che concorrono al dialogo fra architettura e ingegneria. Ciò nel nome di un’idea di progetto e di ricerca di forma che tenga conto di condizioni di Luogo, di Spazio e di Tempo, cui si deve addirittura l’esistenza di un’architettura atopica alla quale corrispondono abitatori di identità debole, segnata soprattutto dalla funzione del consumare pervasivo, che tuttavia non riesce a sopprimere del tutto ciò che rende tale un cittadino.

Le dottrine si confrontano e la deterritorializzazione è fenomeno in atto o forse solo preteso oppure profetizzato qualche decennio fa (No stop city) nel nome di qualche utopia radicale. E allora sociologia e geografia, matematiche e informatiche, non che teorie dei frattali. Ma il destino del paesaggio reclama attenzione, con memoria di stagioni pregresse che Pizzigoni sa leggere mediante aggiornati strumenti critici, concludendo nel nome di una visione etica e minimamente ironica e malinconica con il gustoso ingorgo narrativo de Il fiume perduto, che poi sarebbe un Morla alquanto modesto ma a Bergamo decisivo. Anche questo è Genius Loci.        Gianni Contessi

 

 

Attilio Pizzigoni, architetto,  nato 1947 a Bergamo, dove è docente di Composizione architettonica e urbana. Fra i suoi progetti di architettura si ricordano le Case di Mozzo, progettate con Aldo Rossi, la Casa Margiotta (1982/86), il nuovo foyer del Teatro Donizetti (1990), la sede dell’Azienda Trasporti di Bergamo (1995). Ha scritto diversi libri tra cui: Ingegneri e Archistar. Dialogo sul moderno costruire fra miti e mode (Marinotti 2011) e sempre per l’editore Marinotti cura la collana “Biblioteca di Ingegneria creativa”, accogliendo testi che affrontano il rapporto interdisciplinare tra ingegneria e architettura (Peter Rice, Danusso).

                                                                                                         

 

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